Integra il reato di diffamazione la dicitura “mantenuta” nella causale del vaglia postale con il quale il marito invia il mantenimento alla ex moglie.

Sanzionato l’utilizzo del termine “mantenuta” nella causale dei vaglia con cui mensilmente un uomo versava il #mantenimento all’ex moglie.
Definire “mantenuta” una persona, donna o uomo che sia, è reato, considerato il carattere dispregiativo del termine. La condanna nei confronti dell’uomo che ha offeso l’ex moglie, è stata ribadita dalla 

Corte di #Cassazione con la sentenza n. 522 del 5 gennaio, che confermava la decisione presa dai giudici del merito. 

Il #ricorrente si era difeso contestando la mancanza degli estremi del #reato di #diffamazione, considerato che il messaggio sarebbe stato letto solo dalla destinataria. Secondo lo stesso, infatti, le rigide norme dettate in tema di privacy della corrispondenza, escluderebbero la possibilità che gli addetti al servizio postale potessero venire a conoscenza dell’epiteto.

Contrariamente, i Giudici della Suprema Corte hanno affermato come il risentimento della donna fosse assolutamente comprensibile. In particolare, è da presumersi «la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone, qualora l’espressione offensiva sia inserita in un documento», come un vaglia, destinato per sua natura ad essere visionato da più persone. Non è in discussione, infine, neanche la gravità dell’epiteto. Evidente che il termine “mantenuta” risulta offensivo della reputazione della donna, additata come «percettrice di reddito in assenza di qualsivoglia prestazione lavorativa».