Istituti di prevenzione e di pena detentiva: divieto di trattamenti inumani o degradanti.

La questione del sovraffollamento delle carceri e delle condizioni dei detenuti in Italia è ben lungi dal potersi dire risolta. L’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo proibisce la tortura e il trattamento o pena disumano o degradante. Tale divieto rappresenta un principio fondamentale delle società democratiche. Sulla base di questo principio si susseguono le pronunce della Suprema Corte al fine di delinearne la corretta applicazione. La Cassazione con la recente sentenza n. 52819/16 ha affermato che ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intramurario, pari o superiore a tre metri quadrati da assicurare a ogni detenuto affinchè lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, stabilito dall’art. 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, così come interpretato dalla conforme giurisprudenza della Corte EDU (caso Torreggiani c. Italia), dalla superficie lorda della cella devono essere detratte l’area destinata ai servizi igienici e quella occupata da strutture tendenzialmente fisse, tra cui il letto, mentre non rilevano gli altri arredi facilmente amovibili.