Il Lavoratore può contestare la valuazione negativa al termine della prova, ma su di lui grava l’onere probatorio.

Nella fase genetica del rapporto di lavoro, le parti possono apporre una clausola di prova, disciplinata dall’art. 2096 c.c., dove l’interesse prevalente è la sperimentazione e la valutazione, da parte del datore di lavoro, delle caratteristiche e delle qualità del lavoratore, nonché del proficuo inserimento di quest’ultimo nella struttura aziendale. Al termine del periodo, il datore di lavoro può licenziare il lavoratore, senza essere tenuto a motivare il licenziamento in modo specifico, né a riconoscere il preavviso.

La libertà nel recesso non significa tuttavia che esso sia a totale discrezione del datore di lavoro: la Corte Costituzionale nella sentenza n. 189 del 1980, ha ritenuto infondata la questione di costituzionalità dell’art. 2096 c.c., comma 3, e L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 10, nelle parti in cui consentono il recesso immotivato del datore dal rapporto di lavoro in prova, non contrastino con l’art. 3 Cost., commi 1 e 2, artt. 4 e 25 Cost., e art. 41 Cost., comma 2, a patto di riconoscere la sindacabilità del concreto esercizio del recesso operato dall’imprenditore in costanza del periodo di prova e l’annullabilità dell’atto nel quale si esprime, tutte le volte che il lavoratore “ritenga e sappia dimostrare il positivo superamento dell’ esperimento nonché l’imputabilità del licenziamento ad un motivo illecito”.

Questo è quanto ha ribadito la Suprema Corte con la sentenza 18.1.2017 n. 1180, nella quale si ribadisce che il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso, incombendo sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare, secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c., sia il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da un motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova (Cass. n. 21784 del 14/10/2009, n. 16224 del 27/06/2013).