Diritto di critica: il caso Berlusconi/The Economist.

Con la pubblicazione della sentenza n. 5005 del 28 febbraio 2017, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, ha chiuso la ultradecennale querelle sorta tra Silvio Berlusconi ed il settimanale The Economist, in relazione all’articolo “An Italian Story“, pubblicato nell’aprile 2001.

Diritto di critica politica: Corte di Cassazione, sentenza n. 5005 del 28 febbraio 2017

La Suprema Corte ha dato ragione al magazine britannico, confermando la correttezza delle sentenze dei giudici di merito milanesi, condannando il Cavaliere al rimborso delle spese di lite ed al pagamento di un contributo unificato aggiuntivo.

Costituisce esercizio di critica politica, in questo caso svolto da un settimanale di riflessione sui principali accadimenti economici e politici sia interni che internazionali, l’esposizione di fatti in parte ormai storici, in parte aventi comunque già una pubblica diffusione e tali da incidere sulla reputazione pubblica di un soggetto avente ampie aspirazioni politiche (come tali di sicuro interesse pubblico), e di altri fatti dei quali se pur il periodico non sveli la fonte di apprendimento ne indichi la ricostruibilità (in particolare, le copie dei verbali contenenti un interrogatorio), laddove l’articolo non si limiti a rassegnare i fatti ma li utilizzi come elementi sulla base dei quali complessivamente considerati (per la loro pluralità, la loro gravità, per il fatto di non essere episodi isolati ma al contrario di caratterizzare tutto il percorso politico e pubblico della persona in questione) costruire una valutazione, tutta politica, di inadeguatezza del soggetto obiettivamente coinvolto a vario titolo in quella sequela di fatti a candidarsi alla guida di un paese.

Si precisa ulteriormente che l’esercizio del diritto di critica, all’interno di una pubblicazione che si propone al pubblico come periodico di riflessione e di analisi, e non come di mera cronaca, si differenzia dalla critica storica (che impone una aderenza ai fatti storici, ovvero la contrapposizione ad un fatto storico di un altro fatto che sia altrettanto verificabile: v. Cass. 6784 del 2016) e non soggiace ad un vincolo di obiettività. Esso non si concreta, come il diritto di cronaca, nella narrazione di fatti, ma si esprime mediante un giudizio o un’opinione, che, come tale, non può essere rigorosamente obiettiva. Il giornalista che sulla base di determinati fatti formuli una valutazione negativa su una persona o una situazione, non è tenuto, per mantenersi nei limiti del consentito, ad un vincolo di obiettività, ovvero ad esporre anche, dando alle stesse pari risalto, le eventuali opinioni a favore di cui sia a conoscenza o ad esporre con completezza gli argomenti a difesa dei quali pure sia a conoscenza.

I limiti al diritto di critica, come pure al diritto di critica che si fondi su fatti di cronaca, sono da un lato quello di non attribuire fatti non veri alla persona sulla quale si formula il giudizio, dall’altro quello della continenza, ovvero della correttezza nelle espressioni verbali utilizzate (seppur attenuata, rispetto al limite di continenza vigente per il diritto di cronaca, essendo consentito nella critica specie politica, l’utilizzo di un linguaggio più pungente).

Per quanto concerne il rispetto del limite della verità dei fatti, vale la precisazione che integra la scriminante del legittimo esercizio del diritto di critica anche la verità putativa dei fatti riferiti, che si ha quando il soggetto legittimamente riferisca determinati fatti, che risultino attendibili in quanto frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca, tenuto conto della gravità della notizia pubblicata.

A ciò si aggiunga che è esonerato dal dovere di verifica della verità putativa di quanto riferito, il giornalista che si limiti a riferire fatti enunciati da terzi, ma questo riguarda la posizione – diversa da quella in esame – del giornalista che sia anche divulgatore di notizie fornite da terzi (c.d. diffusore mediatico), purché sia però accertato che sussista un interesse dell’opinione pubblica a conoscere, prima ancora dei fatti narrati, la circostanza che un terzo li abbia riferiti (in applicazione di questo principio di diritto è stato rigettato, con sentenza n. 19152 del 2014, il ricorso proposto dall’attuale ricorrente nei confronti del quotidiano La Repubblica che aveva ripreso l’articolo già apparso su The Economist).