Ritardo nel pagamento del tributo? È violazione sostanziale.

Fisco: il ritardato versamento di un tributo non è mai una violazione formale.

 “In tema di sanzioni tributarie, dovendo la violazione meramente formale non punibile rispondere a due concorrenti requisiti – non arrecare pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo e, al contempo, non incidere sulla determinazione della base imponibile dell’imposta e sul versamento del tributo – il ritardo nel versamento del tributo integra una violazione sostanziale e non formale della l. n. 388 del 2000, art. 28, commi 6 e 7, ed è sanzionato dal d.lgs. n. 471 del 1997, art. 13, in quanto incide sul versamento del tributo ed arreca pregiudizio all’incasso erariale”.

E’ il principio di diritto sancito dalla Corte di Cassazione, Sezione V civile (tributaria), con la Sentenza del 27 febbraio 2017, n. 4960.

In tema di sanzioni amministrative tributarie, il d.lgs. n. 471 del 1997 detta una disciplina destinata a valere, in generale, per tutti i tributi, integrata dalle disposizioni normative speciali di imposta (con riferimento alle accise, il d.lgs. n. 504 del 1995), sicché nel caso di omesso pagamento dell’imposta di consumo sul gas trovano applicazione sia l’art. 13 del d.lgs. n. 471 cit., che prevede il pagamento di una somma a titolo di sanzione amministrativa, sia l’art. 3, n. 4, del d.lgs. n. 504 cit., nel testo vigente ratione temporis, che prevede un’indennità di mora e gli interessi per il ritardato pagamento, trattandosi di norme pienamente compatibili, che non realizzano un cumulo di sanzioni in ragione della loro diversità funzionale, afflittiva (con riferimento alla sanzione amministrativa) e reintegrativa del patrimonio leso (con riguardo all’indennità di mora ed agli interessi) (cfr. Cass. n. 16165/2016).

Va rilevato inoltre che il tardivo adempimento non integra una violazione meramente formale, poiché il mancato versamento del tributo alla scadenza prevista determina il ritardato incasso erariale, con conseguente deficit di cassa, sia pure transitorio, nel periodo infrannuale, per cui è sanzionabile ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. n. 471 del 1997.

Peraltro la Corte ha già avuto modo di chiarire la distinzione tra le violazioni sostanziali e le violazioni formali (cfr. Cass. sent. 5897/2013) e l’ambito operativo dell’art. 10 dello Statuto del contribuente, ridimensionato ad opera del d.lgs. n. 472 del 1997, art. 6, comma 5-bis.

La prima definizione di violazione formale si deve alla l. n. 212 del 2000, art. 10, comma 3, intesa come mera violazione formale senza alcun debito d’imposta; ma la portata eccessivamente ampia della norma, capace d’includere nel proprio ambito anche violazioni idonee ad ostacolare o addirittura ad impedire l’esercizio delle attività di controllo del fisco, ha indotto il legislatore a precisarne la portata, profittando dell’art. 16 dello stesso Statuto del contribuente, che gli consentiva di emanare disposizioni correttive.

Il d.lgs. n. 32 del 2001, volto appunto all’emanazione di queste disposizioni, per un verso, ha disposto l’abrogazione del d.lgs. n. 472 del 1997, art. 13, comma 4 (art. 7, comma 1, lett. b), per l’altro ha circoscritto la portata della norma dello Statuto del contribuente là dove, introducendo il d.lgs. n. 472 del 1996, art. 6, comma 5-bis (con l’art. 7, comma 1, lett. a), ha stabilito che l’esclusione della punibilità sia limitata alle violazioni che non arrecano pregiudizio all’esercizio dell’attività di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile dell’imposta e sul versamento del tributo. L’espresso riferimento al versamento del tributo sostanzia l’offensività della violazione, erroneamente esclusa dalla CTR per il caso del ritardato versamento.