Risarcimento del danno per svalutazione monetaria, decide il Giudice tributario.

La Corte di Cassazione, Sezione V civile (tributaria), con la sentenza n. 5900 del 8 marzo 2017, ha accolto il ricorso presentato dal contribuente avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale, recante, oltre alla declaratoria della cessazione della materia del contendere, per quanto concerneva l’appello principale proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza di primo grado, anche la declaratoria del difetto di giurisdizione in ordine alla domanda di «svalutazione monetaria e danni» (recte risarcimento danni da svalutazione monetaria) proposta con appello incidentale.

L’argomento in base al quale la Commissione tributaria regionale aveva affermato il difetto della giurisdizione tributaria in materia di danno da svalutazione monetaria si pone in contrasto con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite, secondo cui la domanda con la quale il contribuente chieda la condanna dell’erario al pagamento degli interessi e dell’eventuale maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, comma 2, c.c., in conseguenza della ritardata restituzione dell’imposta pagata in eccedenza o in relazione ad obbligazioni pecuniarie costituite dai crediti di imposta, è devoluta alla giurisdizione del giudice tributario (Sez. un., n. 24775 dell’8 ottobre 2008; Sez. trib., n. 17993 del 19 ottobre 2012).

Siffatte richieste concernono un accessorio che l’art. 2 d.lgs. n. 546 del 1992 attribuisce alla cognizione del giudice tributario, in quanto si tratta di contestazioni consequenziali ad una controversia tributaria, e ciò giustifica la giurisdizione di detto giudice se viene in rilievo un tributo la cui cognizione è riservata ad esso. Ciò anche in forza del principio di concentrazione della tutela giurisdizionale, caratterizzante l’attuale sviluppo dell’ordinamento pure in materia tributaria.