Legge Pinto: legittima la sanzione pecuniaria per chi abusa del giudizio.

La Corte di Cassazione ha già affrontato (con la sentenza n. 7326/2015, e con la sentenza n. 5433/2016) la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5-quater l. n. 89/2001, risolvendola in senso negativo.

Corte di Cassazione, Sezione VI civile, Sentenza 16 marzo 2017, n. 6865

Occorre premettere che (…) detta norma non prevede alcun automatismo tra declaratoria d’inammissibilità o rigetto della domanda per manifesta infondatezza ed applicazione della sanzione, che rientra invece nella discrezionalità valutativa del giudice di merito, come dimostra l’uso del verbo servile (“… può”) nel testo della disposizione. Ciò chiarito, è indiscutibile che la prevista possibilità di una sanzione processuale svolga una funzione deterrente, scoraggiando l’uso distorto o incauto dell’istanza indennitaria. Ma tale effetto dissuasivo è del tutto compatibile con i parametri costituzionali e, in particolare, con il principio di effettività della tutela giurisdizionale. L’uguale ed indiscriminato accesso a qualsivoglia pretesa, quantunque azzardata o altrimenti priva di chance di accoglimento, non è priva di costi sociali, poiché si traduce in un aggravio della funzione giurisdizionale a danno di chi, con maggiori prospettive di fondatezza, ne ha realmente bisogno. Né la parte può opporre una visione atomizzata del proprio interesse particolare, scissa dai doveri di solidarietà sociale che, pure, la Costituzione pone al centro del vivere comune (art. 2 Cost.). Si consideri, infatti, che il costo della funzione giurisdizionale è sostenuto in buona misura dalla collettività e ripartito al suo interno anche a carico di chi non vi ricorra; sicché, in definitiva, proprio la garanzia di effettività della tutela ben può richiedere, in un contesto socio-politico che è compito del solo legislatore apprezzare, misure volte a ridurre il rischio dell’abuso del processo. Se ne trae conferma proprio dal precedente di Corte cost. n. 186/2000, invocato da parte ricorrente, che nel pronunciarsi sull’analogo strumento sanzionatorio e deflattivo previsto dall’art. 616 c.p.p., ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale nella parte in cui non prevede che la Corte di Cassazione, in caso di inammissibilità del ricorso, possa non pronunciare la condanna in favore della cassa delle ammende, a carico della parte privata che abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità. Con il che, per contro, resta confermata la generale legittimità di sanzioni volte a reprimere l’uso colposo del mezzo processuale“.

Con la sentenza della Sesta Sezione civile, n. 6865 depositata il 16 marzo 2017, il Collegio ha voluto assicurare continuità a tale indirizzo, verso il quale le argomentazioni di parte ricorrente non contengono sostanziali elementi di novità idonei a indurre una soluzione di segno diverso.