Minacce: la frase “il mio scopo nella vita è farti piangere” integra il reato.

Il Giudice di primo grado aveva emesso sentenza di condanna nei confronti di un imputato, ritenuto responsabile del reato di minaccia per aver intimidito la vittima rivolgendole le parole “il mio scopo nella vita è farti piangere“.

Dice alla ex compagna: il mio scopo è farti piangere. La frase ha capacità intimidatoria.

La Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con la sentenza del 16 marzo 2017, n. 12756nel rigettare la tesi difensiva secondo cui la sentenza non aveva preso in esame il significato delle fotografie e il tenore dei messaggi acquisiti, dai quali emergeva il clima sereno e aveva trascurato di valutare il clima di esasperata e persistente conflittualità, ha affermato che, ai fini della configurabilità del reato di minaccia, è sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire essendo irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente.

Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, sentenza del 16 marzo 2017, n. 12756

Le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato. Tali dichiarazioni, seguite dal racconto della persona offesa, devono, però, essere più penetranti e rigorose rispetto ad altre dichiarazioni di qualsiasi testimone.

Con riferimento alla frase pronunciata dall’imputato “il mio scopo nella vita è farti piangere”, la Cassazione ha affermato che: “elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire”.

La Suprema Corte ha altresì chiarito che, in base a quanto disposto dall’art. 34, comma 3 del D. Lgs. n. 274/2000, dopo l’esercizio dell’azione penale, la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone, circostanza, peraltro, non verificatasi nel caso di specie, in quanto la parte offesa, una volta costituitasi parte civile, ha formulato richieste risarcitorie.