Contrassegno invalidi scannerizzato: non è truffa ma uso improrpio.

La fattispecie portata all’esame della Suprema Corte, decisa con sentenza n. 11492 depositata il 9 marzo 2017, riguardava l’esposizione da parte dell’imputata di un permesso per disabili rilasciato a un soggetto terzo. riprodotto mediante scannerizzazione ed esposto poi sul parabrezza della macchina.

Corte di Cassazione, Sezione Penale, sentenza n. 11492 depositata il 9 marzo 2017

Rispetto a una simile condotta era stata contestata la violazione dell’art. 640 c.p. in quanto un simile artificio avrebbe consentito di trarre in inganno il personale addetto al controllo circa il suo diritto a parcheggiare l’autovettura nelle aree riservate ai disabili evitando il pagamento del corrispettivo dovuto per la sosta.

Queste peculiari caratteristiche della condotta tenuta dall’imputata, pur potendo rilevare nella prospettiva della falsificazione materiale del contrassegno esposto (posto che ‘integra il reato di falsificazione materiale commessa dal privato in autorizzazioni amministrative (artt. 477 – 482 cod. pen.) e non quello di uso di atto falso (art. 489 cod. pen.), la condotta di colui che espone all’interno della propria autovettura una riproduzione fotostatica a colori di un contrassegno con autorizzazione per invalidi al parcheggio di autoveicoli, in quanto l’uso personale – nell’interesse proprio – del documento falso consente di ritenere che il soggetto in questione, direttamente o ricorrendo all’opera altrui, sia l’autore della contraffazione’ Sez. 5, n. 47079 del 24/06/2014 – dep. 13/11/2014, Badalamenti, Rv. 26128101), non giustificano però, rispetto al reato in contestazione, alcuna valutazione che si discosti dall’orientamento interpretativo fino ad ora seguito dalla giurisprudenza dalla Corte.

In vero – come è già stato illustrato nella sentenza Sez. 2, n. 9859 del 15/02/2012 – dep. 14/03/2012, P.M. in proc. Andreotti, Rv. 252483, con argomentazioni condivise dal  Collegio – anche nel caso in esame manca, come requisito implicito della fattispecie tipica del reato di truffa, l’atto di disposizione patrimoniale che costituisce l’elemento intermedio derivante dall’errore ed è causa dell’ingiusto profitto con altrui danno. Ciò perché, pur ammettendosi la configurabilità di un atto dispositivo di carattere omissivo, l’atto di disposizione patrimoniale non potrebbe essere ravvisabile nel fatto che gli organi comunali di controllo, indotti in errore, non abbiano contestato le infrazioni amministrative, né nel fatto che l’ente comunale abbia subito l’inadempienza dell’agente.

Il reato non sarebbe infatti comunque ipotizzabile, perché manca in casi del genere la necessaria cooperazione della vittima.

Inoltre, non ricorre la necessaria sequenza ‘artificio – induzione in errore profitto’, perché, al contrario, il profitto della condotta contestata all’imputato sarebbe realizzato immediatamente, grazie all’elusione dei controlli, e al conseguente, mancato versamento delle somme che sarebbero state dovute in conseguenza delle violazioni amministrative o per la sosta del veicolo all’interno di zone a traffico limitato.

Oltre a ciò, come ha aggiunto la sentenza sopra citata, tra l’imputata e la pubblica amministrazione non sussisteva, prima delle violazioni amministrative che costituirebbero il sostrato economico della truffa, alcun rapporto di debito, tributario o di altra natura, sicché il comportamento fraudolento in nessun modo poteva correlarsi ad un danno dell’ente territoriale interessato, neppure dilatando al massimo la nozione di atto di disposizione di carattere omissivo; se il profitto conseguito dall’imputato, infatti, era quello derivante dalla sosta abusiva dell’autovettura, esso era un fatto del tutto neutro agli effetti di un ipotetico danno del Comune, proprio perché quella condotta non era destinata a spostare ‘risorse’ economiche dal soggetto in ipotesi ‘truffato’ all’autore di tale condotta.

Simili principi, d’altra parte, ha applicato la giurisprudenza della Corte anche quando ha affermato che non integra il delitto di tentata truffa la condotta costituita dalla produzione di falsa documentazione a sostegno di un ricorso al prefetto avverso l’ordinanza-ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa per violazione delle norme sulla circolazione stradale.